ITINERARI – Le “stelline” di Sassaia

«Stelle son chiamate le donne di Sassaia, non in omaggio alla loro bellezza o perché siano immaginate solitarie lassù sulla montagna verso cui noi dal basso alziamo lo sguardo per vedere le stelle vere, ma perché lavorano da una stella all’altra: si levano con la Stella del mattino e si coricano con la Stella della sera e non cessano mai di lavorare» (Massimo Sella, La Bürsch, Biella, Centro Studi Biellesi, 1964).

Nel sistema di vita che caratterizzava anticamente l’Alta Valle, in assenza del padre e del marito, quasi sempre impegnati altrove nei cantieri edili in qualità di scalpellini-muratori, ricadeva infatti sulla donna l’intera gestione dell’economia domestica, la cura degli anziani e della prole, l’allevamento del bestiame e, non ultima, la coltivazione della canapa con l’artigianato a essa collegato. Ma l’attività che più è entrata a fare parte dell’immaginario collettivo legato alle Valëtte è sicuramente il raccolto del siun, il fieno selvatico, essenziale nutrimento per le poche mucche che ogni famiglia un tempo possedeva. Nella bella stagione le siunére della Bürsch facevano così la spola tra gli aspri crinali, gli alpeggi e le borgate per portare il siun, quasi sempre scalze; dopo averlo falciato con la miola lungo i pendii più scoscesi il siun era portato a valle nella scësta caricata sulle spalle.