ITINERARI – Campiglia Cervo – Sacro Monte – San Giovanni – S. Maria di Pediclosso

Campiglia Cervo – Santuario di San Giovanni d’Andorno passando per il Sacro Monte (E23)

Quota di partenza m 775 – quota punto di arrivo m 1.020 – lunghezza circa m 1.600

Il sentiero è comunemente noto come Ortüsc.

A Campiglia Cervo, valicato il ponte sul Cervo verso la Banda Veja, subito sulla destra partono due pedonali, quella più a valle per Gliondini e quella più in salita per il Santuario di San Giovanni d’Andorno (E23).

Fino al Santuario di San Giovanni d’Andorno si incrociano cinque cappelle dedicate ai Santi Eremiti, che costituiscono un Sacro Monte, costruite tra Sei e Settcento, poste sui vertici dei tornanti, all’interno delle quali si possono intravedere affreschi e statue, purtroppo molto danneggiate. Per ognuna c’è un pannello illustrativo. Sono dedicate nell’ordine ai Santi Antonio Abate e Paolo Eremita, Sant’Ilarione, San Girolamo, Sant’Onofrio e Santa Maria Maddalena. In corrispondenza di quest’ultima si diparte verso destra il sentiero per Gliondini.

Nel suo volume Historia, gratie, e miracoli del sacro simolacro di S. Gio. Battista venerato in una cauerna ridotta in capella nella chiesa á lui dedicata nel sacro monte della valle d’Andorno (Torino, 1702), il sacerdote e teologo don Giovanni Battista Furno da Lenta (Vercelli), dal 1654 al 1706 parroco e vicario foraneo a Campiglia Cervo, sotto la cui giurisdizione si trovava il Santuario di San Giovanni d’Andorno, descrive tutte le cappelle facenti parte del Sacro Monte. Due di queste non ci sono più: una, quella della Visitazione della Santissima Vergine, da molto tempo, l’altra, quella di San Zaccaria, da metà Novecento. Queste erano le uniche due cappelle che avevano un legame diretto con la vita di San Giovanni Battista.

Le altre cinque potrebbero tranquillamente essere riunite sotto il nome di “Monte degli Eremiti”. La strada non è di lunga percorrenza, ma è piuttosto erta per cui definirla “monte” è più che appropriato. I Santi cui le cappelle sono dedicate sono tutti eremiti. Questo potrebbe ovviamente avere a che vedere con il periodo di eremitaggio di San Giovanni Battista e, se si vuole pensare alla tradizione popolare, anche con i miti legati alla presenza dell’om salvei che secondo alcuni potrebbe riflettersi anche in San Giovanni Battista stesso o in Sant’Onofrio, a sua volta presente nelle dedicazioni delle cappelle.

Le cappelle lungo il monte e in una bellissima faggeta, sono poste ai vertici dei tornanti secondo lo schema distributivo classico dei percorsi devozionali che collocandole nei punti di snodo in cui il percorso cambia direzione consente anche il cambio della anche preghiera e della contemplazione artistica. Queste ultime sono possibili anche in caso di maltempo grazie a un portico coperto che offre riparo al pellegrino. Le linee architettoniche sono semplici e la dimensione è modesta, un quadrato di circa 4 metri. Sono costruite in muratura intonacata e la copertura è in coppi, tranne che per la prima che ha un tetto in lose. Solo due hanno uno stretto passaggio per l’accesso, le altre sono chiuse (l’ingresso è stato murato dopo che erano stati realizzati i dipinti) e la vista è permessa da una finestra con grata di circa mezzo metro quadrato. La quinta ha un portico più ampio su due lati, ha due finestre invece di una sola e un grande gradino che funge da inginocchiatoio. La decorazione pittorica delle cappelle è settecentesca ed è attribuita a Pietro Lace di Andorno.

Oltre ai dipinti all’interno delle cappelle si trova una decorazione plastica, purtroppo in pessime condizioni. Secondo Delmo Lebole è opera di un modellatore non comune e di bravura addirittura superiore a quella del Serpentiere; ipotizzò gli Aureggio che avevano lavorato al Santuario di Oropa.

Dedicazione delle cappelle:

La prima, dedicata a Sant’Antonio Abate e San Paolo Eremita, vedeva in origine le statue dei due Santi che oggi sono prive di testa. Sulle pareti sono dipinte scene di vita degli eremiti, rifugiatisi nel deserto. Girolamo racconta che i due Santi si erano incontrati poco prima della morte di Paolo e che un corvo aveva lasciato cadere un pezzo di pane, ragione per cui l’iconografia del Santo presenta sempre anche il corvo. Antonio l’aveva seppellito nella tomba che i leoni avevano scavato per lui. I due Santi sono festeggiati a gennaio a due giorni di distanza l’uno dall’altro. Le scene pittoriche rappresentano i Santi e i profeti che assistono alla gloria di San Paolo, la morte di San Paolo con Antonio che lo seppellisce e Antonio e Paolo che condividono il pane portato dal corvo.

La seconda è dedicata a Sant’Ilarione, che fu uno dei primi monaci di Palestina e visse da eremita tutta la vita e non subì martirio, ma fu sempre venerato come esempio di santità monastica, contiene una statua del santo disteso e anch’essa è priva di testa in seguito ad atti vandalici. Le mani sono giunte in preghiera. Sulle pareti sono dipinte le guarigioni opera di Sant’Ilarione che si occupò tanto dei poveri quanto dei ricchi, qui raffigurati e distinguibili per la differenza delle vesti.

La terza è dedicata a San Girolamo, uomo molto dotto, autore della Vulgata dell’Antico Testamento, che fu prima eremita nel deserto e poi si ritirò in un monastero dove visse fino a quasi 80 anni studiando, insegnando e scrivendo. I suoi attributi sono il leone, il teschio e il libro. È il protettore degli studiosi e dei bibliotecari. Gli affreschi raffigurano i patimenti di San Girolamo durante l’eremitaggio, il richiamo dell’angelo a uscire dalla spelonca e le tentazioni terrene, anche della carriera ecclesiastica, cui fu sottoposto. Si è ipotizzato che quest’ultima, provenendo da Dio, qui raffigurato, sia interpretata in chiave positiva, come esortazione a elevarsi. Sullo sfondo la città lontana, simbolo dell’isolamento e il leone che sempre accompagna l’iconografia del Santo.

La quarta è dedicata a Sant’Onofrio che visse tutta la vita in eremitaggio nel deserto di Tebe ricevendo la Comunione da un Angelo. È spesso raffigurato con i lunghi capelli. Gli affreschi lo raffigurano nudo, coperto solo da foglie, segno di povertà e ascetismo. La testa e il busto della statua sono caduti a terra in seguito agli atti vandalici di cui ho già detto.

La quinta cappella è dedicata a Santa Maria Maddalena. Gregorio Magno la dipinge come la peccatrice che pentendosi, chiese perdono a Gesù divenendo sua discepola. È  spesso rappresentata con l’unguento con cui cosparse Gesù. È raffigurata in atto di preghiera sotto la croce e poi in gloria. Sullo sfondo si vede la città di Marsiglia perché per la tradizione apocrifa, fu lei a evangelizzare la Provenza.

La sesta cappella, dedicata a San Zaccaria, non esiste più. Essa si trovava molto vicino al Santuario in un punto in cui la strada carrozzabile, realizzata a fine Ottocento, curvava. La presenza della cappella era di sicuro ingombro e dopo che un autocarro l’aveva lesionata, urtandola, l’Amministrazione decise di abbatterla. La cappella aveva al suo interno un bellissimo affresco (forse restaurato dai Galliari) che raffigurava la nascita di San Giovanni, il Tempio del Re Salomone, l’Arca dell’Alleanza con i rotoli della Torah e le tavole della Legge date a Mosè e il Vestibolo con i devoti. Vi erano poi due statue rappresentanti l’Arcangelo Gabriele e San Zaccaria. Il primo annunciava al secondo, atterrito, la nascita di Giovanni.

Della cappella dell’Annunciazione, anch’essa vicino al Santuario, non resta che la descrizione del teologo Furno nella sua Historia.

Santuario di San Giovanni d’Andorno – Campiglia Cervo passando per Santa Maria di Pediclosso (E21 + SP 514)

Quota di partenza m 1.020 – quota punto di arrivo m 775 circa – lunghezza circa 3.500 m

Con alle spalle Santuario di San Giovanni d’Andorno si scende lungo la mulattiera E21, che inizia in prossimità del primo tornante della strada carrozzabile che porta verso il fondo valle. Dopo pochi tornanti si raggiunge la piccola frazione di Santa Maria di Pediclosso.

Santa Maria di Pediclosso fu la seconda rettoria medievale della valle, considerata con buone ragioni più antica addirittura della rettoria di San Martino di Campiglia e del priorato di San Tommaso, dunque sicuramente anteriore alla nascita del Santuario di San Giovanni d’Andorno. E se Santa Maria di Pediclosso o di Rivo Petroso, della Neve della Riva o della Valle, come è citata posteriormente non è anteriore alla rettoria e al priorato di Campiglia, quanto meno è a loro coeva. Una bolla del 1207 cita infatti “ecclesiam Sancti Martinj de Campilijs et alias ecclesias de valle Sarvensi” riferendosi a Santa Maria e San Tommaso. Sia San Martino sia San Tommaso sono chiamate “ecclesiae” il che fa comprendere che intorno vi fosse una comunità.

In seguito, con il trascorrere dei decenni divenne un oratorio campestre, dipendente dal vicino Santuario di San Giovanni d’Andorno. Nel Seicento divenne un piccolo santuario mariano, nel quale la S. Messa era celebrata più volte alla settimana. Ritornata a essere un semplice oratorio, nel 1787 la chiesetta fu soggetta a ingenti opere di restauro che la portarono allo stato odierno. È a pianta rettangolare; l’unica navata è divisa in due campate e porta al presbiterio a pianta quadrata. 

Sull’altare si venera un affresco con la Madonna in trono con il Bambino e due angeli risalente all’inizio del Cinquecento e attribuito al pittore Gaspare da Ponderano. Un rustico porticato supplisce a una terza campata demolita durante i citati lavori del 1787. Nel 1823-24 a lato della facciata fu innalzato un campanile in pietra.

Ogni anno il 1° maggio a Santa Maria di Pediclosso si celebra una festa molto partecipata, durante la quale alla Santa Messa seguono un incanto dei prodotti gastronomici, il cui ricavato serve per i lavori di manutenzione dell’edificio, e un pranzo nei prati. Proseguendo poi la discesa lungo la mulattiera E21 si raggiunge frazione Oretto, piccola borgata della Banda Veja. All’incrocio con la SP 514 si svolta a sinistra fino al ponte di Campiglia Cervo.